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Ascoltiamo Federico!

Per noi missionari ricevere la visita di un amico, che prende il tempo delle sue ferie per venire a trovarci e conoscere il servizio che svolgiamo, è sempre una grande gioia.
E' ciò che ha fatto Federico Nicolé, un giovane avvocato padovano di 31 anni, che sta trascorrendo 17 giorni in Mozambico per conoscere questo popolo e amarlo di più.
Ascoltiamo, dalla "penna" di Federico, le sue emozioni, i suoi sentimenti e alcune riflessioni che gli sono nate nell'incontro con il popolo mozambicano, in particolare durante una visita al Carcere di recupero giovanile di Boane.


Maputo, 2 settembre 2014

Carissimi,
il mio viaggio in Mozambico sta proseguendo a ritmi serrati. Non ho molto tempo per respirare e, devo dire, ne sono contento.
Vi parlo un po’ della mattinata di venerdì 29 agosto. Sarebbero molte le cose da dire, ma devo ricorrere alla sintesi lasciando i particolari ai racconti del ritorno.
Sveglia alle 5:15, doccia, colazione e alle 6:00 siamo in macchina. Maputo è in piedi già da un po’… il traffico non manca!
Dopo due ore e mezza arriviamo a Boane, uno dei municipi della città.
Destinazione: il carcere (cadeia in portoghese).
Padre Antonio, infatti, svolge una intensa attività con i detenuti di quattro degli istituti penitenziari della capitale.
L’ultimo tratto di strada è di terra rossa e tra la vegetazione scorgo le recinzioni e gli edifici.
Entriamo.
Non avevo mai visto il volto di un uomo dietro le sbarre, i suoi pugni stringere l’acciaio. Un brivido mi corre lungo la schiena.
La guardia ci apre l’ingresso delle celle e subito un odore acre misto di sudore e sporcizia mi travolge. Muovo qualche passo e quello che vedo mi blocca il respiro: circa 100 ragazzi dai 16 anni in su, vestiti con abiti per lo più logori, che vivono (si legga sopravvivono) in condizioni disumane.
Le tre celle sono in grado di ospitare, praticamente, solo i letti a castello e il bagno è uno stanzino con un lavatoio e un buco nel pavimento.
I giovani si posizionano in ordine sparso davanti a noi… lo spazio, come ho già detto, è minimo.
Padre Antonio li saluta (loro sorridono e ricambiano) e poi mi presenta. Incontro i loro sguardi, non mi conoscono e probabilmente cercano di capire il motivo per cui sto là.
Il responsabile del gruppo si fa spazio e mi dice: “Benvenuto nella nostra casa e nella nostra comunità”. Il saluto mi lascia spiazzato, abbozzo un ringraziamento in portoghese. Tuttavia, prima che Padre Antonio riprenda la parola, quasi inconsapevolmente mi esce dalla bocca un “khanimambo”, ovvero “grazie” in Ronga, la loro lingua originaria.
Ridono, scoppia un piccolo applauso e vengono a stringermi la mano.
Una parola è riuscita a portarmi tra di loro, a farmi sentire amico.
E’ incredibile, penso, il peso delle parole; eppure sono fiato.
Quindi distribuiamo a ciascuno un pane, del burro e un pezzo di sapone (preciso che la loro dieta consiste in una sorta di minestra a metà mattina e in un solo pasto fatto prevalentemente di riso e fagioli).
Consumata la colazione iniziano le attività tese a dare una speranza a questi uomini e, possibilmente, un futuro al di fuori delle mura della prigione: la scuola di vita, la scuola biblica e la Messa.
Nessuno è obbligato a partecipare ma, spiega Padre Antonio, settimana per settimana il loro numero aumenta.
Siedo tra di loro, osservo quelle mani inesperte con la penna ma desiderose di apprendere. Provo ad immaginare quale sarebbe stata la loro storia se non fossero stati figli della strada, della povertà: una storia diversa, non v’è dubbio.
Finita la Messa salutiamo e ci avviamo verso i cancelli.
Uno dei ragazzi ci affianca camminando, prende il braccio di Padre Antonio e sussurra: “Padre, quando sto con te mi sembra di stare con mamma e papà”.
Deglutisco in fretta, una lacrima sta cercando la via per uscire.
Un abbraccio forte.
                                            Federico

 

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